Incipit e brani scelti

I

Sibrium, domenica 3 ottobre 476 d.C.

In piedi sul punto più alto del torrione principale, immobile come una statua, le mani serrate dietro la schiena, Marco Terenzio osservava dritto davanti a sé il disco rosso del sole scendere dietro le cime degli alberi, che gettavano la loro lunga ombra sulle povere case sparpagliate davanti all'ingresso principale del castrum, pochi passi oltre il fossato.

Se ne stava lì da solo in silenzio ormai da quasi un'ora, tutto immerso nei suoi pensieri. Teneva le gambe divaricate e i piedi ben piantati sul pavimento di legno di quella poderosa costruzione di pietra a pianta semicircolare. Gli venne a un tratto voglia di batterlo con la suola dei calzari: quercia robusta, lo stesso materiale usato per fabbricare il massiccio portone incastonato tra le mura, proprio sotto di lui. L'ufficiale romano sporse di poco il capo dalla balaustra per ammirarne la solidità.

L'autunno era cominciato da due settimane ma i primi freddi tardavano ad arrivare. Marco avvertiva una sorta di lieve tiepida brezza spirare da sud, come se tutti gli incendi, figli naturali della precedente tremenda estate di devastazioni, ancora non si fossero spenti e continuassero a diffondere il loro mortale calore a miglia e miglia di distanza.

Ancora fuoco, ancora sangue, ancora guerre. E quei rozzi tuguri lì sotto? Chi mai sarebbe stato in grado di difenderli, se fossero stati attaccati? Perché Gaio un giorno aveva concesso il permesso di costruirli?

Forse offesa da quei pensieri, la porta della più vicina tra quelle abitazioni si aprì di colpo, lasciando uscire una ragazza, vestita solo di una corta tunica di lana grezza, stretta in vita da una cintura di corda: era ciò che il padre preferiva vederle addosso, convinto che la rendesse meno attraente agli occhi dei soldati della guarnigione. Una pia illusione: invece di celare le splendide forme della fanciulla, quell'abito finiva con l'esaltarle.

Fuori dall'uscio, a destra, al riparo di un tetto di paglia piuttosto sporgente, c'erano alcune fascine di rami, accatastate ben bene contro la parete: la giovane si chinò per prenderne una e per poco la lunga treccia di capelli neri che le correva lungo la schiena non vi rimase impigliata.

Prima di rientrare, ebbe la sensazione di essere osservata e gettò un fugace sguardo alla sommità della torre: l'ufficiale romano la salutò con piccolo cenno della testa, senza abbandonare la sua marziale postura serrando più forte le mani dietro la schiena. Con il braccio rimasto libero dall'impiccio della fascina la ragazza ricambiò il saluto, accompagnandolo con un sorriso. Poi rientrò in casa e richiuse la porta alle proprie spalle, sprangandola.

Questa volta fu il rumore degli zoccoli di un cavallo lanciato al galoppo a interrompere il corso delle sue riflessioni: giungeva dall'ampio sentiero in terra battuta, lungo poco più di un miglio, che collegava la fortezza al vicus. Si accostò al parapetto che si affacciava in quella direzione, ma a causa della luce ormai fioca e della distanza, non fu subito in grado di distinguere le fattezze del cavaliere. Ci riuscì invece la sentinella di guardia alla torre meridionale.

«È Unter!» gridò forte. «È già tornato... Comandante, è tornato Unter!»

«L'ho visto, l'ho visto! Adesso lo riconosco anch'io.»

Marco Terenzio si sporse verso il lato interno della torre e impartì l'ordine alle due guardie che stavano dietro il portone: «Aprite» gridò, «e non appena sarà entrato richiudete in fretta!»

Poi sollevò la botola al centro della piattaforma, raccolse il mantello scarlatto che aveva appoggiato sul pavimento e si precipitò giù lungo la scala di legno. Quando arrivò al piano terra e uscì all'aperto, Unter era già smontato dalla sella e gli stava andando incontro a passo veloce...